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Se non gli fosse venuta l’appendicite, Henri Matisse amici (1869-1954) non sarebbe diventato un’artista: obbligato alla convalescenza, prende il pennello in mano e non lo molla più. L’Isis ne avrebbe fatto fatto polpette di uno come lui, che all’Oriente e al mondo arabo guardava con dolcezza e passione trovando Ispirazione infinita ma indispettendo sicuramente le regole del profeta Maometto.
Questa è l’impressione che si ha visitando la mostra “Matisse Arabesque”, alle Scuderie del Quirinale di Roma dal 5 marzo al 21 giugno.
I quadri esposti, che hanno spesso decorazioni arabesche sullo sfondo, Matisse li dipingeva dopo i suoi viaggi in Algeria o dopo aver ammirato le collezioni di arte orientale che trovava nei musei di Parigi.

“La pittura di Matisse non si può dire piatta, ma nemmeno profonda. I soggetti pare che si ribaltino e sembrano fatti di carta.” Queste le parole del noto critico d’arte Francesco Bonami. La natura morta di Gigli, iris e mimose (1913), per esempio, è “come una di quelle illustrazioni pop-up nei libri per bambini, quando la pagina si apre e l’immagine diventa a 3 dimensioni”.

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Ed è proprio questo che personalmente mi ha colpito.
Me ne sono resa conto guardando “Interno con fonografo”, datato 1924, l’opera che più di tutte ha suscitato il mio interesse e la mia ammirazione e che ho scelto come immagine di copertina.
Qui ogni cosa diventa interno, spazio chiuso, decorativo, anche le finestre, che non sono un’apertura sul paesaggio, ma un modo di rendere interno anche il paesaggio. Al di là dell’effetto tridimensionale, che Matisse dà all’ambiente ciò che colpisce è la semplicità che ne esce fuori.
È stato amore a prima vista.

“Mi sono sempre sforzato di diventare più semplice. Il mezzo più semplice libera al massimo della chiarezza lo sguardo per la visione. Ma da sempre c’è voluto coraggio per essere semplici. Credo che non ci sia niente al mondo di più difficile.”
(Henri Matisse).

Da vedere amici.

Flaminia❤️